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Analisi e caratterizzazione dei rifiuti: quando servono davvero e chi ne è responsabile

analisi rifiuti

L’analisi di laboratorio è uno degli strumenti utilizzati per classificare e gestire correttamente un rifiuto, ma non rappresenta un obbligo indistinto per ogni materiale prodotto da un’impresa.

La necessità di effettuare le analisi dipende dalla provenienza del rifiuto, dal processo che lo ha generato, dalla voce dell’Elenco Europeo dei Rifiuti individuata, dalla possibile presenza di sostanze pericolose e dalla destinazione prevista. Possono inoltre intervenire prescrizioni contenute nell’autorizzazione dell’impianto ricevente o nella disciplina applicabile alla specifica operazione di recupero o smaltimento.

Il punto centrale è che la classificazione non coincide con la semplice disponibilità di un certificato analitico. Il produttore deve ricostruire origine, composizione e caratteristiche del rifiuto, individuare il codice EER corretto e, quando necessario, determinare le caratteristiche di pericolo HP.

Un’analisi eseguita senza aver prima studiato il processo produttivo rischia di ricercare parametri poco significativi, trascurare le sostanze realmente pertinenti o produrre risultati non rappresentativi del rifiuto effettivamente conferito.

Contenuti

Analisi, caratterizzazione e classificazione dei rifiuti: quali sono le differenze

I termini analisi, caratterizzazione e classificazione vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma descrivono passaggi differenti.

La classificazione del rifiuto è il procedimento attraverso il quale vengono attribuiti il codice dell’Elenco Europeo dei Rifiuti, la natura pericolosa o non pericolosa e le eventuali caratteristiche di pericolo HP.

La classificazione deve partire dall’attività e dal processo che hanno generato il rifiuto. La composizione chimica interviene successivamente, soprattutto quando il codice EER prevede una coppia di voci “a specchio” o quando è necessario valutare specifiche caratteristiche di pericolo.

La caratterizzazione del rifiuto consiste invece nella raccolta delle informazioni necessarie a descriverlo in maniera attendibile. Comprende l’esame della provenienza e del processo di produzione, delle materie prime e dei prodotti utilizzati, delle schede di dati di sicurezza, dello stato fisico e della composizione merceologica, delle contaminazioni prevedibili e degli eventuali risultati di prove e analisi. A queste informazioni si aggiungono i dati richiesti dall’impianto di destinazione.

L’analisi chimica è quindi una componente della caratterizzazione. Diventa necessaria quando le informazioni documentali e la conoscenza del processo non consentono di classificare il rifiuto con sufficiente attendibilità oppure quando la normativa, l’autorizzazione o l’impianto ricevente richiedono la verifica di determinati parametri.

Anche l’“omologa”, espressione frequentemente utilizzata nei rapporti con gli impianti, ha una funzione diversa. Indica normalmente la procedura con cui il destinatario valuta l’ammissibilità del rifiuto nel proprio impianto. Non sostituisce la classificazione eseguita dal produttore e non trasferisce automaticamente all’impianto la responsabilità dell’attribuzione del codice EER.

Chi è responsabile della classificazione e delle analisi dei rifiuti

L’articolo 184 del D.Lgs. 152/2006 stabilisce che la corretta attribuzione del codice EER e delle caratteristiche di pericolo deve essere effettuata dal produttore del rifiuto sulla base delle Linee guida del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente.

Il principio è rilevante anche quando l’impresa si avvale di un laboratorio, di un consulente ambientale o delle indicazioni fornite dall’impianto destinatario.

Il laboratorio risponde della corretta esecuzione delle prove richieste e dell’attendibilità dei risultati analitici. Il consulente può ricostruire il processo, definire il piano di caratterizzazione e formulare il giudizio di classificazione. L’impianto verifica se il rifiuto può essere ricevuto nel rispetto della propria autorizzazione.

Nessuno di questi interventi elimina però la responsabilità del produttore, che deve fornire informazioni complete e verificare che il codice utilizzato descriva realmente il rifiuto generato.

Per questa ragione, un certificato riportante soltanto una serie di concentrazioni non può essere considerato, da solo, una classificazione. Occorre collegare i risultati al ciclo produttivo, alle sostanze ragionevolmente presenti e ai criteri normativi applicabili.

Come attribuire correttamente il codice EER al rifiuto

L’Elenco Europeo dei Rifiuti è strutturato in capitoli e sottocapitoli collegati prevalentemente alla fonte che ha generato il rifiuto. Il primo passaggio consiste quindi nell’identificare il processo produttivo, non nel cercare il codice con la descrizione apparentemente più simile al materiale.

La procedura prevista dalla Decisione 2000/532/CE segue un ordine preciso:

  1. si cercano le voci pertinenti nei capitoli riferiti alla fonte del rifiuto;
  2. se non si individua una voce adeguata, si valutano i capitoli relativi a oli, solventi, imballaggi e assorbenti;
  3. successivamente si considera il capitolo 16, dedicato ai rifiuti non specificati altrimenti;
  4. soltanto in ultima istanza può essere utilizzata una voce terminante in 99 nel capitolo riferibile all’attività.
 

Il codice EER non dovrebbe quindi essere scelto in base alla sola natura fisica del materiale o copiato dal formulario utilizzato in precedenza.

Per approfondire la logica di attribuzione è possibile consultare anche l’articolo dedicato a categorie e codici EER dei rifiuti.

Voci assolute e codici EER a specchio: quando occorre l’analisi

Dopo aver individuato la voce pertinente, occorre verificare se si tratta di un codice assoluto o di una voce a specchio.

Voce assoluta non pericolosa: quando l’analisi può servire

Quando il rifiuto è associato a una voce assoluta non pericolosa, viene classificato come non pericoloso senza dover dimostrare analiticamente l’assenza di ogni possibile sostanza pericolosa.

Ciò non significa che le analisi siano sempre inutili. Potrebbero essere richieste per verificare l’ammissibilità presso un impianto, il rispetto delle condizioni di una procedura di recupero o la conformità a limiti previsti per una determinata destinazione.

L’analisi, in questi casi, non serve necessariamente a stabilire se il rifiuto sia pericoloso, ma può essere necessaria per la sua gestione successiva.

Voce assoluta pericolosa e attribuzione delle caratteristiche HP

Un rifiuto associato a una voce assoluta pericolosa è classificato come pericoloso indipendentemente dal superamento di specifiche concentrazioni.

Può comunque essere necessario approfondirne la composizione per attribuire correttamente le caratteristiche HP, individuare le modalità di deposito e trasporto, verificare la compatibilità con l’impianto destinatario o applicare eventuali disposizioni specifiche.

Codici EER a specchio: quando occorre analizzare il rifiuto

I codici EER a specchio sono coppie di voci alternative che descrivono lo stesso tipo di rifiuto distinguendolo in base alla presenza di sostanze pericolose. Una voce identifica il rifiuto pericoloso ed è contrassegnata da un asterisco; l’altra identifica il corrispondente rifiuto non pericoloso.

Un esempio è rappresentato dalle terre e rocce: il codice 17 05 03* riguarda quelle contenenti sostanze pericolose, mentre il codice 17 05 04 identifica le terre e rocce diverse da quelle comprese nella voce precedente. Il produttore deve quindi valutare la composizione del rifiuto per stabilire quale delle due voci attribuire.

In questa situazione occorre ricostruire quali sostanze possano essere ragionevolmente presenti, utilizzando le informazioni sulle materie prime, le schede di dati di sicurezza, le reazioni e le trasformazioni che avvengono durante la lavorazione, i trattamenti subiti dal materiale e le contaminazioni possibili. Analisi e prove di laboratorio completano la valutazione quando questi elementi non permettono di determinare la composizione con sufficiente attendibilità.

La Corte di giustizia dell’Unione europea ha chiarito che il detentore non è tenuto a ricercare qualsiasi sostanza pericolosa teoricamente esistente. Deve però individuare quelle che possono essere ragionevolmente presenti, tenendo conto del processo e della composizione del rifiuto.

Quando tali informazioni non permettono una valutazione attendibile, l’analisi diventa uno strumento essenziale per scegliere tra la voce pericolosa e quella non pericolosa.

Quando le analisi dei rifiuti sono obbligatorie o necessarie

Non esiste un elenco universale di rifiuti che devono essere sempre analizzati. La valutazione deve essere effettuata caso per caso.

Le analisi risultano normalmente necessarie quando ricorre almeno una delle seguenti condizioni.

Composizione del rifiuto non ricostruibile dai documenti

Può accadere con fanghi, miscele, residui di manutenzione, materiali contaminati, polveri, morchie, assorbenti o rifiuti derivanti da processi non perfettamente controllabili. Se origine, materie prime e schede tecniche non permettono di identificare le sostanze pertinenti, è necessario predisporre un piano analitico coerente con le possibili contaminazioni.

Codice EER con voce a specchio

La presenza di una coppia di codici non comporta automaticamente l’obbligo di eseguire sempre un pacchetto analitico standard, ma impone una valutazione documentata della composizione. Quando la conoscenza del processo e la documentazione disponibile non consentono di concludere la valutazione, le analisi servono a individuare le sostanze rilevanti e ad applicare i criteri per l’attribuzione delle caratteristiche HP.

Analisi richieste dall’impianto di destinazione

L’autorizzazione del destinatario può prevedere limiti di concentrazione, parametri di accettazione, test di cessione o ulteriori verifiche. Il produttore deve conoscere queste condizioni prima del conferimento: un impianto autorizzato a ricevere un determinato codice EER non può necessariamente accettare qualsiasi rifiuto associato a quel codice, perché contano anche le caratteristiche effettive, le prescrizioni autorizzative e il processo di trattamento adottato.

Recupero e smaltimento soggetti a discipline specifiche

Alcune operazioni prevedono caratterizzazioni e controlli espressamente disciplinati. È il caso, ad esempio, del conferimento in discarica e di determinate attività di recupero svolte in procedura semplificata. Occorre quindi verificare la norma applicabile, le prescrizioni dell’autorità competente e l’autorizzazione dell’impianto, senza estendere la periodicità prevista per un caso specifico a tutti i rifiuti prodotti dall’impresa.

Modifiche al processo produttivo

Una nuova materia prima, la sostituzione di un prodotto chimico, una diversa fase di lavaggio, un trattamento superficiale modificato o un’anomalia produttiva possono alterare la composizione del rifiuto. Il certificato precedente potrebbe quindi non descrivere più il materiale generato: la classificazione deve essere riesaminata per stabilire se ripetere il campionamento e le analisi.

Ogni quanto ripetere le analisi dei rifiuti e quanto dura il certificato

Una delle convinzioni più diffuse è che tutte le analisi dei rifiuti debbano essere ripetute ogni anno. La normativa generale sulla classificazione non stabilisce una scadenza annuale valida per ogni rifiuto.

La durata dell’analisi dipende dalla sua capacità di rappresentare il rifiuto prodotto. Se il processo, le materie prime e le caratteristiche del residuo rimangono costanti, il certificato non perde automaticamente validità dopo dodici mesi. Devono però essere verificate eventuali condizioni più restrittive contenute nell’autorizzazione dell’impianto destinatario, nella procedura di omologa, nel contratto di conferimento, nella disciplina applicabile alla specifica operazione o nelle prescrizioni dell’autorità competente.

Esistono infatti periodicità stabilite per contesti determinati. Per esempio, il D.M. 5 febbraio 1998 prevede, nell’ambito del recupero in procedura semplificata dei rifiuti non pericolosi, analisi al primo conferimento, successivamente ogni 24 mesi e in caso di modifiche sostanziali del processo di produzione. Discipline riferite ad altre tipologie o operazioni possono prevedere intervalli differenti.

Queste frequenze non costituiscono una regola generale per tutti i produttori.

La ripetizione delle analisi deve essere valutata anche prima della scadenza richiesta dall’impianto quando cambiano materie prime, additivi, processo o provenienza del rifiuto; quando aumenta la variabilità della composizione o si verificano contaminazioni e anomalie; quando viene scelto un nuovo impianto, cambiano i parametri di accettazione o emergono nuove informazioni sulle sostanze presenti.

Il criterio corretto non è quindi chiedersi soltanto “quanti mesi ha il certificato”, ma stabilire se il campione analizzato continui a essere rappresentativo del rifiuto effettivamente prodotto.

Campionamento dei rifiuti: perché determina l’affidabilità delle analisi

Un’analisi molto precisa su un campione non rappresentativo produce un dato poco utile per la classificazione.

Prima del prelievo devono essere valutati omogeneità, quantità, stato fisico, modalità di deposito, distribuzione delle contaminazioni e variabilità nel tempo. Un unico campione prelevato dalla superficie di un cumulo può non descrivere adeguatamente l’intera massa.

Le Linee guida SNPA sulla classificazione dei rifiuti indicano il campionamento come una fase fondamentale e richiamano la necessità di predisporre un programma di prova e un piano di campionamento.

Il principale riferimento tecnico nazionale è la UNI 10802:2023, che disciplina il campionamento manuale, la preparazione del campione, il confezionamento, la conservazione, il trasporto e la tracciabilità.

Il verbale di campionamento dovrebbe permettere di ricostruire almeno:

  • chi ha eseguito il prelievo;
  • dove e quando è stato effettuato;
  • quale lotto o quantitativo è rappresentato;
  • quali strumenti e modalità sono stati utilizzati;
  • quanti incrementi sono stati prelevati;
  • come è stato formato il campione finale;
  • come il campione è stato conservato e consegnato al laboratorio.
 

Il piano deve essere adeguato al singolo rifiuto. Fanghi, liquidi, cumuli di terreno, polveri, materiali eterogenei e rifiuti contenuti in fusti non possono essere campionati seguendo automaticamente la stessa procedura.

Quali parametri ricercare nelle analisi dei rifiuti

Richiedere al laboratorio un generico “pacchetto rifiuti” può portare a una caratterizzazione incompleta.

I parametri devono essere scelti dopo aver studiato il ciclo produttivo, le sostanze utilizzate e le trasformazioni che possono avvenire. Per esempio, la ricerca dei metalli può essere pertinente per fanghi provenienti da trattamenti galvanici, mentre solventi e composti organici possono essere più significativi per residui di verniciatura, sgrassaggio o pulizia.

Le schede di dati di sicurezza costituiscono una fonte importante, ma devono essere interpretate correttamente. Le percentuali indicate riguardano il prodotto originario e non descrivono automaticamente la composizione del rifiuto dopo l’utilizzo, la miscelazione o il trattamento.

Il piano analitico dovrebbe considerare le sostanze presenti nelle materie prime, i prodotti di reazione o degradazione, i contaminanti derivanti dagli impianti, le sostanze che possono determinare una caratteristica HP, gli inquinanti organici persistenti soggetti a limiti specifici e i parametri richiesti dalla destinazione.

L’assenza di una sostanza dal certificato non dimostra che essa non sia presente, se non è stata inclusa tra i parametri ricercati.

Come attribuire le caratteristiche di pericolo HP

Per i rifiuti pericolosi devono essere valutate le caratteristiche da HP1 a HP15 previste dal Regolamento UE 1357/2014. La caratteristica HP14, relativa all’ecotossicità, è disciplinata dal Regolamento UE 2017/997.

L’attribuzione può richiedere l’identificazione e la classificazione delle sostanze secondo il regolamento CLP, l’applicazione di valori soglia, limiti di concentrazione e formule di sommatoria, nonché prove specifiche quando previste e appropriate. Deve inoltre essere verificata l’eventuale presenza di inquinanti organici persistenti.

Il dato elementare ottenuto dal laboratorio non sempre identifica direttamente il composto presente. La rilevazione di un determinato metallo, per esempio, deve essere interpretata tenendo conto delle sostanze plausibili nel processo e delle forme chimiche pertinenti.

Per questo motivo, il giudizio di classificazione dovrebbe integrare conoscenza del ciclo produttivo, documentazione tecnica e risultati analitici, spiegando il percorso seguito per attribuire o escludere le singole caratteristiche HP.

Quali documenti conservare per la classificazione dei rifiuti

La classificazione deve poter essere ricostruita anche a distanza di tempo, soprattutto in caso di controllo, contestazione dell’impianto o modifica del ciclo produttivo.

È opportuno predisporre un fascicolo contenente:

  • descrizione del processo che genera il rifiuto, con fotografie e informazioni sullo stato fisico;
  • materie prime, prodotti impiegati e schede di dati di sicurezza aggiornate;
  • motivazione del codice EER scelto;
  • piano e verbale di campionamento;
  • rapporti di prova, certificati analitici e calcoli utilizzati per le caratteristiche HP;
  • giudizio conclusivo di classificazione, documentazione di omologa e verifica dell’autorizzazione del destinatario.
 

La documentazione dovrebbe essere aggiornata quando cambiano il processo, la composizione o la destinazione del rifiuto.

Come la classificazione incide su deposito, FIR, registro e RENTRI

Un errore nel codice EER o nella valutazione della pericolosità non rimane confinato al certificato analitico. Si riflette su tutta la gestione del rifiuto.

La classificazione condiziona le modalità di deposito temporaneo dei rifiuti e la separazione dei rifiuti incompatibili, l’etichettatura dei contenitori, la scelta del trasportatore e delle corrette categorie di iscrizione all’Albo Gestori Ambientali. Incide inoltre sulla compilazione del formulario di identificazione dei rifiuti (FIR), sulle annotazioni nel registro di carico e scarico, sugli adempimenti RENTRI e sulla scelta di un impianto autorizzato a ricevere il rifiuto.

Anche una classificazione eccessivamente prudenziale può generare problemi. Attribuire senza motivazione un codice pericoloso non elimina la necessità di una valutazione tecnica e può determinare costi maggiori, difficoltà di conferimento e registrazioni non coerenti con le caratteristiche reali del rifiuto.

Rifiuti pericolosi e ADR: perché le classificazioni non coincidono

La classificazione ambientale e quella prevista per il trasporto seguono criteri differenti.

Un rifiuto classificato come pericoloso ai sensi della normativa ambientale non è automaticamente una merce pericolosa soggetta all’ADR. Allo stesso modo, un rifiuto non pericoloso dal punto di vista ambientale potrebbe presentare caratteristiche che lo rendono soggetto alla disciplina sul trasporto di merci pericolose.

Dopo la classificazione del rifiuto può quindi essere necessaria una valutazione ADR autonoma, basata su composizione, proprietà fisiche, concentrazioni, numero ONU e modalità di trasporto.

L’impresa deve evitare automatismi tra codice EER, caratteristiche HP e classificazione ADR. Il tema è approfondito nell’articolo dedicato al trasporto di merci pericolose e agli obblighi ADR.

Errori da evitare nell’analisi e nella classificazione dei rifiuti

Tra le criticità che si riscontrano più spesso vi sono:

  • scegliere il codice EER partendo esclusivamente dal nome commerciale del materiale;
  • riutilizzare la classificazione adottata da un’altra azienda;
  • richiedere analisi senza fornire al laboratorio informazioni sul processo;
  • considerare il certificato analitico come unico documento di classificazione;
  • analizzare un campione non rappresentativo;
  • limitarsi ai parametri richiesti dall’impianto senza valutare le caratteristiche HP;
  • ritenere che l’omologa trasferisca la responsabilità al destinatario;
  • continuare a utilizzare vecchie analisi dopo una modifica produttiva;
  • applicare a tutti i rifiuti una periodicità prevista soltanto da una disciplina specifica;
  • confondere classificazione ambientale e classificazione ADR.
 

Questi errori possono determinare respingimenti, riclassificazioni, difficoltà nella tracciabilità e contestazioni sulla corretta gestione del rifiuto.

Come organizzare la classificazione dei rifiuti in azienda

Una gestione affidabile può essere organizzata attraverso sei passaggi.

  1. Ricostruire il processo di origine, identificando la fase precisa che genera il rifiuto.
  2. Raccogliere la documentazione, comprese schede di sicurezza, formulazioni, dati di processo e informazioni sulle contaminazioni possibili.
  3. Individuare il codice EER, rispettando l’ordine di ricerca previsto dall’Elenco Europeo dei Rifiuti.
  4. Definire il piano di caratterizzazione, stabilendo se occorrono analisi e quali parametri siano realmente pertinenti.
  5. Verificare le caratteristiche HP e la destinazione, confrontando la classificazione con l’autorizzazione dell’impianto e con le condizioni di accettazione.
  6. Documentare e riesaminare la valutazione, soprattutto in presenza di variazioni produttive o di una nuova destinazione.
 

Questo metodo permette di costruire una classificazione tecnicamente motivata e coerente con il deposito, il trasporto e la tracciabilità documentale.

Monaco Consulenze affianca imprese, enti e professionisti nella classificazione dei rifiuti, nell’attribuzione dei codici EER, nella definizione dei piani di caratterizzazione e nel coordinamento con laboratori qualificati, verificando anche autorizzazione dell’impianto destinatario, deposito temporaneo, documentazione di trasporto, registri e RENTRI.

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